oceani oro

 

La tecnologia avanza e con essa anche l’esplorazione mineraria. Dal momento che nel prossimo futuro ci stiamo accingendo a sostituire i combustili fossili con le risorse rinnovabili, è necessario ampliare il ventaglio che abbiamo a disposizione per quanto riguarda i giacimenti minerari sfruttabili. Infatti, alcuni elementi chimici stanno diventando via via più importanti, per esempio il litio per le batterie elettriche, oppure alcuni minerali rari per i moderni smartphone. In generale, i vari strumenti tecnologici che utilizziamo tutti i giorni sono alimentati da una fiorente industria mineraria ma sempre più vi è una corsa all’estrazione di alcuni materiali carenti. Oro, argento, rame, cobalto, nichel, manganese e zinco sono solo alcuni degli elementi chimici recuperabili in grandi quantità dai fondali oceanici e ciò apre una nuova frontiera nella ricerca ed esplorazione mineraria ma vi sono ben quattro principali problemi da affrontare:

 

Dove conviene estrarre?

 

Anche se alcuni metalli preziosi sono presenti nelle acque marine, la loro concentrazione è talmente bassa che sarebbe antieconomica l’estrazione. Per esempio, l’oro è stimato essere presente marina in soluzione con una concentrazione prossima a 1.3 milligrammi per tonnellata di acqua. Per farvi comprendere questi numeri immaginate che per estrarre 1 grammo d’oro, si dovrebbero processare ben 770 metri cubi d’acqua marina! Si sono calcolate delle riserve d’oro di circa 20 milioni di tonnellate presenti nelle acque marine, senza contare tutto l’oro presente nei sedimenti sul fondale! Sono cifre da capogiro ma l’estrazione di fatto è al momento attuale spesso infattibile tecnologicamente ed economicamente.

Le grandi imprese di esplorazione mineraria hanno quindi puntato il loro sguardo (e finanziamenti), in località dove vi sono delle naturali anomalie termiche. Cioè a causa del movimento delle placche tettoniche, vi sono zone lineari che si chiamano dorsali medio-oceaniche. Qui si genera continuamente nuova crosta oceanica. I magmi ricchi in ferro e magnesio risalgono la crosta e a contatto con l’acqua marina cristallizzano velocemente, formando i basalti. Le placche continentali sono sospinte nella loro continua migrazione proprio a causa dell’espansione delle dorsali medio-oceaniche. Le acque marine inoltre si infiltrano in profondità in queste aree fratturate, si scaldano e tornano verso il fondale marino arricchite in elementi chimici. Una volta che tornano al punto di partenza, cioè a contatto con il fondale depositano il loro contenuto metallifero, formando dei veri e propri depositi metallici, ricchi in rame, ferro, oro, etc. Sono i cosiddetti VMS oppure Vulcanic Massive Sulphides. Ecco queste sono aree interessanti dal punto di vista minerario! I vari sondaggi hanno riportato dati incoraggianti che variano tra i 16,9 e i 18,1 grammi per tonnellata in oro mentre in argento tra i 217 e i 404 g/t. Anche il rame non scherza variando tra il 6,1% fino al 34%

 

 

 

Perché non si dovrebbe estrarre?

 

Dal punto di vista ambientale, l’estrazione su larga scala di minerali dai fondali oceanici sarebbe disastrosa ogni oltre nostra immaginazione. Basti pensare quanto poco sappiamo dei processi biologici che accadono negli oceani. Conosciamo pochissime specie animali rispetto a quante veramente potrebbero esistere e queste attività estrattive potrebbero decimarle in pochi decenni, soprattutto se condotta senza criterio. Per esempio nei pressi dei black-smokers, cioè i camini idrotermali che prima abbiamo citato sopra come VMS, vivono una moltitudine di specie che si avvalgono dell’anomalia termica per sopravvivere e prosperare. Sono delle vere e proprie oasi marine nel bel mezzo dell’oceano e noi vogliamo sradicarle per estrarci i minerali di valore. Capite che non è assolutamente facile trovare un compromesso valido. Anche vagliare enormi quantità di sedimenti che giacciono sui fondali potrebbe non essere una buona idea, immaginate quale inquinamento potrebbe risultare.

 

Chi dovrebbe estrarre? Chi ha diritto?

 

La convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare contiene le principali fonti del diritto per quanto riguarda chi può estrarre e le modalità di estrazione mineraria marina. Questa convenzione entrò in vigore nel 1994 dopo oltre vent’anni di diplomazia internazionale. Nacque da lì a poco l’Autorità Internazionale dei fondali marini, il cui scopo è quello di controllare e coordinare le attività a scopo minerario off-shore (cioè oltre 200 miglia dalle coste, dette in “acque internazionali”). Lo scopo è quello di rendicontare l’attività di ricerca, prospezione ed estrazione mineraria riducendo al minimo il possibile impatto ambientale. Quanto però queste autorità possono veramente controllare gli sviluppi di una potenziale “corsa agli oceani”? Staremo a vedere.

 

Chi sta già estraendo? Due esempi

 

A scala industriale vi sono moltissimi esempi ma due sono degni di nota per quanto riguarda la ricerca dell’oro e dei diamanti off-shore. Per esempio a Nome in Alaska, la cittadina basa la sua economica sull’estrazione dell’oro dai placer auriferi locali. Gli appezzamenti lungo l’entroterra sono esauriti in gran parte ma l’estrazione è ancora presente lungo i fondali prossimi alla costa per mezzo di imbarcazioni di piccole o medie dimensioni, le quali dragano i sedimenti lungo i fondali alla ricerca di pagliuzze, granuli e talvolta pepite d’oro. Per quanto riguarda invece i diamanti, la Debeers è la più grande azienda a livello globale ed ha già estratto al largo della Namibia centinaia di chili di diamanti grezzi. In entrambi i casi però si tratta di minerali che arrivano dal continente! Invece la ricerca dei metalli preziosi lungo gli oceani è un argomento che richiede investimenti con ordini di grandezza maggiori!

 

Conclusioni

Siamo all’alba di una serie di cambiamenti epocali. Immaginate che per produrre una batteria elettrica che può essere utilizzata su un’automobile servono ben 85 chili di rame, 55 chili di nichel, 7 chili di manganese e altrettanti di cobalto. Con una produzione industriale come quella attuale la carenza di risorse naturali ci impone di cercarle in luoghi sempre più isolati o con tecniche innovative. Spesso si guarda al cielo alla ricerca di asteroidi ricchi degli elementi chimici che tanto desideriamo ma la realtà è che si potrebbero trovare le risorse chi ci servono semplicemente nelle acque marine o lungo i fondali oceanici. Varrà la pena estrarre queste risorse? Lo vedremo nel prossimo futuro!

 

 

Matteo Oberto

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